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C'è chi davanti al mare sta, lo guarda da lontano, lo inquadra come un paesaggio da rivedere e da ricomporre da fermo, e se anche se lo sceglie mosso, fa intendere che se ne sta in disparte.
C'è chi davanti al mare, fermo o mosso che sia, inarrestabile la voglia di buttarsi dentro e sprigionando energia con le braccia ci va, ne attraversa l'acqua, la beve, sprofonda e riemerge ma è dentro e magari a fatica va avanti, ma è dentro.
Angela Grimoldi nella pittura si butta, e nel colore si muove imprimendo energia con i segni con i quali tenta di chiudere le forme. Segni dati col girare del pennello, segni inferti con un margine nero, un colore nient'affatto naturalistico ma determinante per dire che lei si impadronisce delle forme e non le rispetta per quelle che sono o per come usualmente si vedono, non le vede davanti ai propri occhi ma se le è messe dentro e le sente uscire da sè.
Proprio su quel segnare di nero le forme mi soffermo perchè la storia che è in divenire della giovane Grimoldi viene esemplarmente inquadrata nella sua problematica da questo dibattito: l'uso o no del nero.
Renato Guttuso, col quale Angela ebbe confidenza più che decennale nei soggiorni che il pittore passava a Velate, frequentandolo nello studio sia per parlargli assieme, sia per ascoltarlo, sia per vivere quei profondissimi momenti di silenzio, nei quali ci si trovava immersi senza sapere come uscirne ma nei quali le cose dette e viste prendevano forma e sostanza; poi uscivano, espresse da ciascuno come meglio poteva o sapeva; Renato, dicevo, l'aveva avviata ad usare quel segno forte, col quale rivestire di malinconia un volto di donna, di un corpo, di nature morte.
Senza mai imporlo, come usava fare, senza dirle "fai in questo modo o in quest'altro", ma facendole trovare sulla tavolozza i colori che avrebbero dovuto usare. Lei avrebbe capito il valore di quel dono, la lezione non imposta ma suggerita. Libera lei d'intenderla.
Angela diventa quella che noi vediamo con forze combinate in lei, che parrebbero contraddirsi ma che sono vissute con mezzi attraverso i quali esprimersi, in spontanea diretta visione, pena anche il non voler riconoscere momenti di caduta di tensione.
Ecco, la voce fondamentale è l'espressione, dunque ci sarà sempre quel voler buttarsi nel colore, quell'accettare schiaffi di flutti in faccia, quell'aprirsi un varco con segni forti, suoi, nell'acqua del mare per andare avanti.
La vena del nero, messa in disparte per qualche momento, riaffiora prepotente dopo un viaggio in Giappone.
Quante volte l'alto esempio della pittura di quelle terre ha mutato indirizzo ai pittori dell'occidente!
Il fluire della linea - energia di contenimento della forma è inteso da Angela come una sfida a comprimere lo spazio che viene cinghiato dal nero e non chiuderlo in impassibile fermezza.
In tal modo un altro momento pare dischiudersi davanti alla sua pittura, che costituisce il tratto vitale di Angela, il suo modo di essere, in ricerca, da seguire perchè la sua esistenza, la globalità nella quale vive, fa intendere la sua sostanziale qualità poetica, cioè creativa, che affronta il mare dell'esistenza buttandosi dentro, e riuscendo ad andare sempre avanti.

 

Silvano Colombo

 

 

 

L'odore della terra

Una sorta di panteismo cosmico pervade l’opera pittorica di Angela Grimoldi.
Da un lato sono i giardini a trattenere il respiro e il fremito della natura intera, dall’altro è il gesto libero e veloce dell’artista a trasmettere una vitalità prorompente e tangibile. In ogni scorcio paesaggistico, in ogni inquadratura cromatica si legge la presenza di un ordine che sovrintende ai mille grovigli arborei, ai sapienti intrecci di foglie e fiori: una natura ferace e feconda, nella quale il ciclo vitale si rinnova in una splendida esuberanza di forme e colori, di arabeschi e impasti sempre nuovi e vibranti.
Nei giardini, autentiche architetture prospettiche, nelle quali lo sguardo s’inoltra ora discreto ora prepotente per indagare e scoprire, la realtà si carica della lieve tensione del sogno e dell’onirico.
Alla leggerezza aerea degli steli si associa il segnico linearismo di canestri, alla smagliante casualità degli intrecci vegetali si unisce la presenza di oggetti che sembrano vivere una propria vita autonoma: le sedie, per esempio, messe lì, in posizione focale centrale, diventano protagoniste di un sussurrato dialogo che il silenzio capta e trasmette alle fibre più sotterranee della natura.
E qui, il paesaggio si carica di significati e di tensione conoscitiva e metafisica. Si intuisce, nel fitto di tronchi, rami e fiori e orti, la volontà di scoprire un significato, una risposta che riveli il senso riposto delle cose e del vivere.
Sono questi i “silenzi in cui le cose s’abbandonano e sembrano vicine a tradire il loro ultimo segreto” – recitano i versi di un Montale che, discostandosi dai poeti “laureati”, ricerca il senso della vita nei sentieri, nei cigli erbosi, nel paesaggio più umile e quotidiano.
Al colore mediterraneo, a volte aereo e tonale, si alterna un colore più timbrico, più denso e più scuro: siamo nel cuore della foresta arborea tropicale, tra giunchi e foglie carnose, dove alla luce è più difficile entrare. La tavolozza cromatica si riempie di verdi intensi, di marroni e di neri perfino: anche le capanne e la figura umana, che entra nel quadro in prima battuta, tradiscono una concitata velocità gestuale che trattiene sensazioni ed emozioni. Un reale esplorato nel suo insieme, nella sua vita semplice e operosa, traboccante di vitalità. E il rosso squillante di un particolare diventa segnale di un innamoramento per una terra che l’acqua, elemento primario e archè originario e puro, rende rigogliosa e procace.
In tutte le opere di Angela Grimoldi, l’impulso, mai fine a se stesso, è dominato dall’intera composizione, che è epifania di ritmi e spazi musicali, di colori allusivi e rimandi: ed è lei, l’artista, la prima ad entrare totalmente nel grande spazio della tela, che diventa luogo sacrale, dove cuore e mente sembrano perdersi e sciogliersi, in una lotta tra ansia e utopia, tra realtà e sogno, tra effimero e assoluto.

Luciana Schiroli